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Other > Storie e Leggende della Montagna

BECCA, IL VERO NOME DEL CERVINO

(Inserito da Redazione il 20 Febbraio, 2007 - 17:04)



Il Cervino, lo "scoglio d'Europa", la montagna più affascinante delle Alpi. Chi l'ha battezzato, e quando? Oggi, molti sono convinti che il suo nome derivi dal termine "cervo", ma se domandate alle persone del posto, vi diranno che cervi, da quelle parti, non se ne sono mai visti. E vi racconteranno un'altra, fantastica storia.

Molti e molti anni fa, il Cervino aveva un altro nome. Si chiamava "Becca", o almeno così lo chiamavano tutti i valligiani.

Una volta, nella frazione di Clou, poco distante da Maën, centocinquanta metri sotto Valtornenza, viveva una cantiniera chiamata Caterina.

Caterina teneva un'osteria, dove i coscritti - che a quei tempi stavano sotto le armi la bellezza di otto anni - andavano a dissetarsi e, qualche volta, ad affogare i dispiaceri nel vino.

Pare, però, che Caterina avesse la pessima e riprovevolissima abitudine di mescolare l'acqua al vino. I coscritti spesso non se ne accorgevano, soprattutto dopo che superavano il quarto bicchiere. Lei, quindi, perseverava nella sua piccola truffa.

Una notte, un contadino che era stato sotto le armi tornò al paese con alcuni compagni. Arrivati alla cantina di Caterina, bussarono forte, per farsi aprire e trovare un po' di ristoro con del buon vino.

Era scoccata da poco la mezzanotte. Nessuno rispose.

"Caterina, Caterina, sono io - gridò forte il soldato -. Aprimi, sono qui con i miei amici, vogliamo bere un po' di vino! Caterina, apri, apri!"

Il contadino improvvisamente udì provenire dall'interno una voce cavernosa e spaventevole. La voce disse: "Caterina non è più qui! È sulla Becca, che cerne l'acqua dal vino"!

Caterina, povera sciagurata, era morta. E per penitenza era stata condannata a cernere (cioè dividere) l'acqua dal vino per tutta l'eternità.

Il gruppetto di avventori se ne dovette tornare a casa a bocca asciutta. E da quel giorno la Becca non si chiamò più Becca, ma, da "cerne vino"... Cervino.


Leggenda tratta da "Leggende del Cervino" di Mary Tibaldi Chiesa
Si ringrazia www.permontagne.com
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IL TESORO DELLE FATE DELLA VALLE AURINA

(Inserito da Redazione il 22 Gennaio, 2007 - 19:15)

A quei tempi la valle del Gerina era la più bella delle Alpi svizzere, con grassi pascoli e campi fertilissimi, tanto che la chiamavano «La verde». Nel mezzo c’era un grazioso laghetto, e sulle rive del lago un villaggio lindo e civettuolo. Il proprietario dei pascoli e dei campi si chiamava Aimone ed era un uomo di vecchio stampo, attaccatissimo alle tradizioni, cordiale, generoso, galantuomo sino allo scrupolo, e perciò benvoluto da tutti.


Si diceva che la prosperità del luogo fosse dovuta alla particolare protezione delle Fate, che abitavano in una caverna sulla roccia sovrastante la vallata. Certo è che Aimone faceva mettere ogni mattina un secchio di latte su una grossa pietra a forma di altare che era proprio sotto la rupe, e qualche minuto dopo il secchio era vuoto. Chi lo vuotava, e come?

Nessuno era riuscito mai a saperlo: fin che qualcuno rimaneva lì vicino al secchio a spiare, il secchio restava pieno. Il padrone del resto aveva proferito terribili minacce contro coloro che si mostrassero in proposito troppo curiosi; e ognuno sapeva ch’egli era un uomo da mantenere ciò che prometteva.

Ma un giorno Pietro, il figlio del padrone, un giovinetto di forse quindici anni, volle penetrare il segreto di quel latte che scompariva cosi misteriosamente; e, appena il secchio fu messo sulla pietra, egli si mise li di guardia e vi restò tutto il giorno. A sera, il secchio era ancora pieno; ma il latte s’era guastato e si dovette buttar via. Quello stesso giorno mori la più bella capretta del gregge, la preferita di Pietro. Quando questi tornò a casa, il padre lo chiamò nella sua camera e, chiusa la porta e la finestra perché nessuno udisse, gli parlò in tono grave:

— Ascoltami bene, figlio mio. Tu non sei più un bambino ormai e certe cose le puoi capire. Per fartele capir meglio, ti svelerò un segreto che si è conservato per secoli nella nostra famiglia, trasmesso da padre in figlio. Tu conosci il Rubly, la roccia che domina la nostra vallata, e sai che circa alla metà di essa si apre una grotta: là dentro abitano da secoli due Fate che proteggono la nostra famiglia e la nostra alpe.

In ricompensa di questa protezione, ogni mattina faccio portare sulla pietra che sai un secchio di latte. Sono le Fate che scendono a prenderlo e se lo bevono: è l’unico loro nutrimento. Ma guai a colui che volesse impedire alle Fate di prenderlo, guai al temerario che osasse esplorare la loro grotta! Tu oggi hai commesso appunto il primo di questi sacrilegi, e stasera la tua capretta favorita è morta. Ti consiglio perciò di non voler ripetere più il tuo atto insano.

Pietro, stupito per le parole che udiva, passò tutto il giorno seguente a guardar di lontano la roccia e la caverna che vi si apriva a metà; e a furia di fissarvi lo sguardo, gli parve di vedere infatti due forme bianche e leggiere fluttuare nel sentiero verdeggiante che menava alla grotta. Da quel giorno credette fermamente alle Fate della Verde e si sarebbe guardato bene dal tentare ancora l’esperimento che gli era costato già la perdita della capretta favorita.

Passarono gli anni, e Pietro divenne un bel giovane, laborioso e gagliardo. Tutte le ragazze del villaggio, si sa, lo avrebbero voluto per marito; ma egli pareva insensibile alle loro grazie e alle loro moine. Tuttavia venne il momento anche per lui d’innamorarsi. Era capitata in paese una bellissima fanciulla forestiera, a nome lolanda.

Si diceva che venisse dalla città e che fosse figlia di un signore: certo i suoi modi erano assai più gentili di quelli delle valligiane, e anche la sua bellezza aveva qualcosa di più fine e delicato. Pietro avrebbe dato chi sa che per sposarla; ma la ragazza si mostrava restia alle nozze, e ogni volta che il giovane gliene aveva parlato, ella, severa, aveva deviato il discorso.

Un giorno un pastore, sceso dai monti che sovrastano la valle, aveva regalato a Pietro uno strano ciottolo molto pesante, di tinta nerastra, con certe venature che, a guardarle da certi punti di vista, luccicavano come pagliuzze d’oro. Pietro aveva mostrato il ciottolo alla bella lolanda, che nel vederlo si era subito trasfigurata.

— Senti, Pietro — gli aveva detto — se tu riesci a trovare la miniera d’oro che è certamente nel Rubly, io ti sposerò. Ma non tentar neppure di cercarla da solo: esporresti inutilmente la tua vita, e morresti come i tanti che ti hanno preceduto. Bisogna che nelle ricerche ti guidi una Fata. Sai tu se in questo paese ce ne siano?

— Si — rispose impudemente il giovanotto — ne conosco due.

— Ebbene, eccoti una preghiera magica che costringerà le due Fate che tu conosci ad indicarti la miniera.

E, cosi dicendo, tirò fuori dal seno una pergamena coperta di caratteri rossi, e la porse a Pietro. Che lotta fu quella che sconvolse per i tre giorni successivi il cuore del povero ragazzo! Da una parte c’era il rispetto dovuto alle Fate protettrici della sua famiglia e della vallata (come avrebbe osato far loro violenza?); dall’altra parte c’era il suo amore per lolanda. Vinse, si sa, l’amore. E in una fosca notte d’estate (grossi nuvoloni si rincorrevano nel cielo) il giovane parti per la montagna. La pergamena gli bruciava le dita.

Arrivato che fu sul sentiero che conduceva alla caverna delle Fate, dovette fermarsi, perché il cuore gli batteva forte forte. Poi riprese cautamente il cammino e arrivò all’ingresso della grotta che nessuno finora aveva mai violato. Accese una torcia a vento e si mise a leggere la formula magica scritta col sangue sulla pergamena.

Ma, appena ebbe pronunziate le prime parole, tutta la montagna cominciò a tremare dalle fondamenta, un fragore terribile usci dal profondo dell’antro e si ripercosse per tutta la valle; lampi squarciavano il cielo, e la rupe, oscillando sulla sua base, precipitò con spaventoso fracasso sui prati sottostanti.

Quando sorse l’alba, illuminò uno degli spettacoli più tragici di desolazione: i bei pascoli della Verde erano spariti e al loro posto era un terreno squallido seminato di macigni e di sassi di tutte le dimensioni. Di Pietro non si seppe più nulla: non si riusci nemmeno a ritrovare il suo corpo.

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LA NASCITA DEL CERVINO

Anticamente - dice la leggenda - i monti non erano merlati di vette e con i profondi solchi delle vallate. Al contrario erano una muraglia uniforme, alta come le più alte cime. Al di qua delle Alpi esisteva un paese felice.I giganti che lo abitavano erano gente pacifica, dedita più ai piaceri della tavola che ai rischi della guerra. Il loro re si chiamava Gargantua.


Un giorno Gargantua organizzò un grande banchetto a cui invitò tutti i suoi sudditi. Mandrie intere furono macellate e cotte su spiedi di dimensioni mai viste e occorsero convogli di carri carichi di barili di vino per soddisfare la sete degli invitati.

Fu una festa tale che l'eco è giunta fino ai giorni nostri. Alla fine del banchetto, mentre molti giganti russavano, vinti dal troppo cibo e vino, Gargantua venne colto da una curiosità: "Cosa si celava oltre i monti? Quali paesi, quali strane genti al di là di quell'immensa muraglia opprimente che erano le Alpi?".

Decise allora di partire per andare a vedere. Inutilmente i suoi saggi consiglieri gli ricordarono che sulla cima dei monti i demoni avevano la loro dimora e aggredivano con terribili scariche di pietre chiunque vi si fosse avventurato. E che draghi mostruosi, con l'alito avvelenato, erano nascosti nei laghi ai piedi dei monti, messi a sentinella per impedire ai mortali di avvicinarsi.

Gargantua fu irremovibile, sicuro della propria forza e reso imprudente dai vino partì verso quella che oggi chiamiamo Valtournanche. Fu un viaggio tranquillo, a dispetto dei consigli. I demoni, forse preoccupati della statura enorme di Gargantua, si presero un giorno di vacanza e il nostro buon re iniziò, in tutta tranquillità, la scalata.

Con i suoi passi smisurati in poco tempo fu sulla sommità e li si piantò, a gambe divaricate, per ammirare il panorama d'oltrealpe. Ai suoi occhi di gigante tutto apparve minuscolo, gli chalets, le mucche al pascolo e gli uomini che lavoravano nei campi.

Mentre guardava meravigliato quel mondo uguale al suo, ma in miniatura, i monti che lo reggevano cedettero al peso e, con grande boato di frana, si sbriciolarono. Quando il vento spazzò il polverone, Gargantua vide che le Alpi in quel tratto erano crollate e l'unico bastione rimasto intatto era quello che si trovava tra le sue gambe allargate. A questo il Cervino deve la sua forma a piramide.

Si ringrazia: http://www.permontagne.com
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LA LEGGENDA DEL LAGO SUBIOLO

(Inserito da Redazione il 29 Novembre, 2006 - 15:16)

Si narra che il lago di Subiolo, in Val Stagna, sia un luogo abitato da Fate e da altri spiriti, che nottetempo si manifestano con canti, lamenti, a volte grida e sibili inquietanti. Pare, tra l'altro, che lo stesso nome del lago derivi da questi strani rumori, simili al suono dello zufolo, detto in dialetto locale “subio”.


E ciò che si narra non è pura fantasia. Molti abitanti dei paesi vicini, o i loro antenati, che per caso o per sfortuna si sono trovati a passare per di lì quando il sole era ormai calato, raccontano di suoni incantanti e incontri incredibili.

Una sera, un giovane falegname ritornava sul tardi alla sua casa, vicina al ponte Subiolo, dopo aver fatto visita alla fidanzata. Improvvisamente si sentì ripetutamente chiamare per nome... Con sorpresa, e quasi sgomento, si accorse che un gruppo di Fate danzava sulle acque del lago, alla luce dei raggi lunari.

“Vieni con noi - gli dicevano - tu non hai mai provato la felicità che ti offriamo, vieni a danzare con noi finché splende la luna.”

“No, no - rispose il giovane terrorizzato - laggiù c'è l'acqua e se scendo annegherò”.

“Hai paura? - gli chiesero le Fate ridendo - Allora guarda, l'acqua è sparita. Vieni”!
Con un incantesimo il lago era sparito. Anche i sassolini del fondo erano asciutti e i massi rivestiti di muschio si porgevano alle fate come soffici divani.

“No, no!” ripetè il giovane. Ma, come soggiogato, non poteva staccarsi dal parapetto del ponte.

“Non vuoi? Forza, coraggio, danzando con noi ti dimenticherai di tutto e resterà solo la felicità”. Le Fate ripresero a chiamarlo, ma il giovane non cedette alla tentazione.

“Ebbene – dissero infine quegli esseri eterei in coro – per la tua virtù e perché tu abbia a ricordarti di noi, ti offriamo una grazia. Chiedi ciò che vuoi”.

Egli, tremante, domandò: “Che io possa con le mie mani eseguire qualunque lavoro d'intaglio”.

“Concessa - si sentì rispondere dalle fate -. Ma non sarai mai ricco!”

Alla mente del falegname balenò l'idea di opere grandiose, mentre l'acqua tornava ad uscire impetuosa e spumeggiante dal laghetto, le fronde dei faggi stormivano per il vento e la montagna proiettava immobile la sua ombra nascondendo la luna, calata dietro la cima.

Le Fate erano sparite. Da quel giorno il giovane falegname realizzò meravigliose opere in legno, di rara bellezza, per tutte le chiese del paese e di altri villaggi vicini. Morì povero come era vissuto e come gli avevano predetto le Fate, ma molto, molto felice.

Si ringrazia: Aliworld


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